12ottobre

Consigli di lettura/34

L’autunno è arrivato, ecco una serie di proposte per tutti i gusti scelte da Studio Garamond: il romanzo a due voci, quelle di un padre e di una figlia; un libro straordinario e innovativo; riscattato dall’oblio, uno dei grandi romanzi dimenticati degli anni Trenta del XX Secolo; un gioiello della letteratura femminile inglese e la riedizione di un classico della letteratura gotica e romantica.

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Igiaba Scego

Adua

Giunti Editore 2015, pp. 192 – 13,00 euro

Adua è oggi una donna matura e vive a Roma da quando ha diciassette anni. È una Vecchia Lira, così i nuovi immigrati chiamano le donne giunte in Italia durante la diaspora somala degli anni Settanta. Ha da poco sposato un giovane richiedente asilo sbarcato a Lampedusa e ha con lui un rapporto ambiguo, complicato. Non a caso lo chiama sempre Titanic, lo fa per rimarcare una differenza e forse per ferirlo un po’. Adua è confusa e a un bivio della sua vita. Medita di tornare in Somalia, paese che non ha più rivisto dallo scoppio della guerra civile. Ormai è sola a Roma, la sua amica Lul è già rientrata in patria. Per questo confida i suoi tormenti alla statua dell’elefantino del Bernini che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva. Piano piano racconta a quest’amico di marmo la sua storia: figlia di Zoppe, ultimo discendente di una famiglia di indovini, il padre lavorava come interprete durante il regime fascista. Negli anni Trenta Zoppe baratterà involontariamente la sua libertà con quella del suo popolo. Adua, fuggita dai rigori paterni e dalla dittatura comunista, approda a Roma inseguendo il miraggio del cinema. Purtroppo l’unico film da lei interpretato, un porno soft dal titolo Femina Somala, sarà fonte solo di umiliazione e vergogna. E solo adesso che il suo Titanic sta per partire, Adua si rende conto di essere pronta a riprendere in mano la sua vita. Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Collabora con «Internazionale», «Lo straniero», «La Repubblica». Tra i suoi libri: Pecore nere, scritto con Gabriella Kuruvilla, Laila Wadia e Ingy Mubiayi (Laterza 2005); Oltre Babilonia (Donzelli 2008); La mia casa è dove sono (Rizzoli 2010, Premio Mondello 2011), Roma negata (con Rino Bianchi, Ediesse 2014).

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Thomas Williams

I capelli di Harold Roux

Fazi Editore 2015, pp. 478 – 18,00 euro

Un’autentica scoperta. Mai pubblicato in Italia. Vincitore nel 1975 del National Book Award (quell’anno erano finalisti scrittori del calibro di Philip Roth, Vladimir Nabokov, Toni Morrison, Donald Barthelme), I capelli di Harold Roux è un eccezionale esperimento di romanzo nel romanzo, ma soprattutto una formidabile riflessione sul potere della narrazione, su come le storie e il processo creativo con cui le raccontiamo ricostruiscono il passato e la memoria e contribuiscono a definire chi siamo. Aaron Benham insegna letteratura inglese in un’università del New England. Ha una bella casa nei sobborghi residenziali della città, una moglie e due figli che stanno diventando grandi – ed è nel pieno di una crisi di mezza età. Ha preso un anno sabbatico e sta cercando di scrivere un romanzo che non riesce a scrivere, continuamente distratto dalle persone che ama e che hanno bisogno di lui, e dai ricordi che continuano ad affiorargli alla mente, dalla nostalgia e dai rimpianti. Il suo romanzo, I capelli di Harold Roux, è «una semplice storia di seduzione, follia e omicidio», come lo definisce Thomas Williams stesso. Allard, il protagonista, ha poco più di vent’anni ed è appena tornato dalla seconda guerra mondiale. Non ha dubbi sulla bestialità dell’uomo, non crede nella violenza ma è spaventato dalla gioia che a volte il pensiero della violenza gli procura. Vuole diventare uno scrittore, sogno che condivide con Harold Roux, suo compagno di università e rivale intellettuale, che ha perso i capelli durante la guerra e indossa un terribile parrucchino; entrambi corteggiano Mary, una ragazza bellissima e naїf – l’innocente, onesta, dolce America, la ragazza della porta accanto –, ma Allard è anche attratto da Noemi, la sua compagna di stanza, una militante comunista di buona famiglia che, come ogni ragazza borghese, conosce il linguaggio preciso del contatto fisico. Più Aaron mescola passato e presente, e il romanzo prende forma, più appaiono in controluce i suoi stessi anni al college, le inquietudini di allora, i ricordi di un gruppo di amici abbastanza giovani da ricordare la cacciata dal paradiso.

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Edward Anderson

Ladri come noi

Castelvecchi Editore 2015, pp. 192 – 16,50 euro

Ancora una banca, un’ultima rapina e Bowie potrà ritirarsi e vivere tranquillo con Keechie, la figlia del proprietario di una stazione di servizio sperduta nella prateria. Insieme a T-Dub e Chicamaw, evasi con lui dai lavori forzati, Bowie lotta per sopravvivere nell’America spietata degli anni Trenta: il furto è per loro una professione come un’altra, non più disonesta di quelle, certo meno pericolose, di politico, avvocato o uomo d’affari. Né eroi né vittime, i personaggi scolpiti dalla scarna prosa di Edward Anderson percorrono con disincanto e caparbia determinazione una strada che sembra non avere uscita. L’autore ne scandisce la vita con ritmo implacabile e col rispetto che può avere per gli emarginati dalla società chi, come lui, aveva vissuto per anni di lavori stagionali, viaggiando sui treni come clandestino. Dal romanzo sono stati tratti due classici del cinema, La donna del bandito di Nicholas Ray e Gang di Robert Altman, entrambi debitori del duro realismo di Edward Anderson (1905-1969). Giornalista e scrittore originario del Texas, è stato marinaio, pugile, commesso, suonatore di trombone e, dopo la crisi del 1929, lavoratore stagionale e vagabondo. Dalla fine degli anni Trenta si dedica esclusivamente al giornalismo, non prima di aver pubblicato due romanzi di enorme successo: Hungry Men (1935) e Ladri come noi (1937).

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Elizabeth Bowen

La casa di Parigi

Sonzogno Editore 2015, pp. 288 – 16,00 euro. Postfazione di Leonetta Bentivoglio. Traduzione di Alessandra di Luzio

Siamo a Parigi, in inverno, la Grande guerra è finita da poco, aleggia sulla città un’atmosfera cupa e vischiosa. Alla Gare du Nord scende Henrietta, undici anni, con in mano la sua scimmietta di pezza. Viene a prenderla la signorina Fisher, un’amica di famiglia che la ospiterà per un’intera giornata in un elegante appartamento, in attesa di farla ripartire per il Sud della Francia. In quella casa borghese, dal confortevole odore di pulito, Henrietta s’imbatte in una gradita sorpresa: c’è un suo coetaneo, il fragile Leopold, avviato verso un futuro incerto. Tra i due bambini, estremamente sensibili e inquieti, dopo l’iniziale diffidenza, si accende la curiosità: di ciascuno nei confronti dell’altro, e di entrambi verso il misterioso mondo degli adulti. I due, grazie agli indizi disseminati attorno a loro, rivivono, tra immaginazione e realtà, le tormentate storie d’amore dei grandi, in particolare quella scandalosa tra la madre di Leopold e il suo padre naturale. Acclamato come un classico al momento della pubblicazione (1935), La casa di Parigi, oltre a mettere in scena una rovente passione sentimentale, è un acuto studio psicologico e un esercizio di finezza letteraria sulla prima irruzione del dolore, sulla scoperta del sesso e sulla perdita dell’innocenza.

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Daphne Du Maurier

Rebecca la prima moglie

Il Saggiatore Editore 2015, pp. 384 – 10,00 euro. Traduzione di Marina Morpurgo, Postfazione di Loris Tassi

“La notte scorsa ho sognato che ritornavo a Manderley”. Così inizia il romanzo più famoso di Daphne du Maurier (Londra, 13 maggio 1907 – Par, 19 aprile 1989), pubblicato per la prima volta nel 1938 e considerato un classico della letteratura gotica e di quella romantica. Una giovane donna s’innamora del ricco e affascinante Maxim de Winter, rimasto vedovo di recente. Arrivati a Manderley, la splendida tenuta dei de Winter, la ragazza si accorge che Rebecca, la prima moglie, è più viva che mai nella memoria di tutti quelli che l’hanno conosciuta. E che la sua presenza si allunga come un’ombra cupa e inquietante sul suo matrimonio, sulla sua identità, sulla magnifica dimora. Un romanzo grandioso sulla gelosia, la memoria, il passato e il presente, inesorabilmente legati tra loro, ora riedito nella Collana “La Letteratura secondo Hitchcock”. Ricordiamo il celebre film omonimo, datato 1940, diretto da Alfred Hitchcock, con Joan Fontaine e Lawrence Olivier protagonisti intramontabili, pellicola vincitrice di due premi Oscar.

A cura di Alessandra Stoppini

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