08settembre

Consigli di lettura/43

Ecco una serie di novità letterarie per tutti i gusti: un romanzo corale ambientato in un’affascinante regione italiana; una brillante commedia gialla; il ritorno in libreria di un geniale e caustico romanzo; un libro stupefacente vincitore del Prix Médicis 2014 e il viaggio in Italia di uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo.

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Carlos Solito

Sciamenescià

Elliot edizioni 2016, 192 pp. – 16 euro

Romanzo corale ambientato in una Puglia lontana e insolita, Sciamenescià accompagna il lettore in un viaggio inaspettato. L’epicentro è El Paiso, paese immaginario di un Salento randagio e irriverente, un’indefinita zona di frontiera fatta di scorze pietrose, sole che non perdona, cori di cicale, venti a caro prezzo, case tinte con latte di calce, masserie che emergono come isole dal mare di ulivi, spiagge piene di storie, torri saracene dalle quali urlare ancora, colori che non scherzano, vertigini belle come orchidee e panorami che sanno di olio extravergine d’oliva, insomma buoni sempre, in ogni periodo dell’anno. Un trittico narrativo dal registro beat, istintivo, istantaneo, con nuance di humour e leggerezza, dove si alternano diversi protagonisti. Sciamenesciá, l’incitamento dialettale per antonomasia che invita a mettersi in movimento, è l’incipit di un viaggio tra le strade dell’anima e della geografia di una Puglia inedita. Il ritratto di scenari, persone e situazioni di una realtà che sa eternamente di controra, di limbo, di tempo lento, dove tutto ha il gusto dolce del dormiveglia.

Carlos Solito, scrittore, fotografo, giornalista e regista, è nato in Puglia, a Grottaglie, provincia di Taranto. Collabora con numerosi magazine e quotidiani nazionali realizzando reportage di viaggi e dirige spot pubblicitari, videoclip musicali e cortometraggi. Le sue fotografie sono state esposte in diversi paesi. Ha pubblicato una ventina di libri fotografici per i più importanti editori italiani, nel 2010 la raccolta di racconti Il contrario del sole (Versante Sud, Milano) e con Elliot, nel 2012, ha pubblicato Montagne con Dacia Maraini, Paolo Rumiz, Maurizio Maggiani, Franco Arminio, Andrea Bocconi e altri.

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Rosa Teruzzi

La sposa scomparsa

Sonzogno Editore 2016, 176 pp. – 14 euro

Dentro Milano esistono tante città, e quasi inavvertitamente si passa dall’una all’altra. C’è poi chi sceglie le zone di confine, come i Navigli, a cavallo tra i locali della movida e il quartiere popolare del Giambellino. Proprio da quelle parti Libera, quarantasei anni portati magnificamente, ha trasformato un vecchio casello ferroviario in una casa-bottega, dove si mantiene creando bouquet di nozze. È lì che vive con la figlia Vittoria, giovane agente di polizia, un po’ bacchettona, e la settantenne madre Iole, hippie esuberante, seguace dell’amore libero. In una piovosa giornata di luglio, alla loro porta bussa una donna vestita di nero: indossa un lutto antico per la figlia misteriosamente scomparsa e cerca giustizia. Il caso risale a tanti anni prima e, poiché è rimasto a lungo senza risposta, è stato archiviato. Eppure la vecchia signora non si dà per vinta: all’epoca alcune piste, dice, sono state trascurate, e se si è spinta fino a quel casello, è perché spera che la signorina poliziotta possa fare riaprire l’inchiesta. Vittoria, irrigidita nella sua divisa, è piuttosto riluttante, ma sia Libera sia Iole hanno molte buone ragioni per gettarsi a capofitto nell’impresa. E così, nel generale scetticismo delle autorità, una singolare équipe d’improvvisate investigatrici, a dispetto delle stridenti diversità generazionali e dei molti bisticci che ne seguono, riuscirà a trovare, in modo originale, il bandolo della matassa, approdando a una verità tanto crudele quanto inaspettata.

Rosa Teruzzi (1965) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi racconti e tre romanzi. Esperta di cronaca nera, è caporedattore della trasmissione televisiva Quarto grado (Retequattro). Per scrivere si ritira sul lago di Como, in un vecchio casello ferroviario, dove colleziona libri gialli.

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Kevin Wilson

La famiglia Fang

Fazi Editore 2016, 300 pp. – 18 euro. Traduzione di Silvia Castoldi

In occasione dell’arrivo nelle sale cinematografiche dell’omonimo film prodotto e interpretato da Nicole Kidman e Jason Bateman, ritorna in libreria il geniale e caustico romanzo di Kevin Wilson. La famiglia Fang di Kevin Wilson racconta con ferocia e ironia le vicende di una coppia di famosi performer, Caleb e Camille, e dei loro due figli. Una riflessione amara sul ruolo dell’artista, sul prezzo che si è disposti a pagare per l’arte, sulle ossessioni e l’egoismo di chi sceglie di fare di se stesso un’opera d’arte. Narrata dalle voci irresistibili e dissacranti dei figli ormai adulti (il Bambino A. e il Bambino B. nelle performance così come nella vita di tutti giorni) la storia di questa famiglia eccentrica e sui generis ha subito conquistato i favori della critica e del pubblico: paragonato alla comicità grottesca dei Tenenbaum, segnalato tra i migliori libri dell’anno dal New York Times e dal Publishers Weekly. Come definire la famiglia Fang? Una famiglia costituitasi negli anni Settanta che ha fatto della propria vita un’opera d’arte: Caleb e Camille, i genitori, non concepiscono azione che non sia artistica. I poveri figli, chiamati Bambino A (Annie) e Bambino B (Buster), sono vissuti dai genitori come un’appendice artistica, un altro braccio capace di mettere in atto i loro deliranti e pazzeschi progetti artistici. Annie e Buster da adulti saranno due individui psicologicamente devastati: lei è diventata una nota attrice ma beve, e lui invece è un giornalista dalle alterne vicende, che vive in solitudine. La famiglia Fang è il crudele ma avvincente ritratto di una coppia tanto squilibrata ed egoista da rasentare la totale distruzione dei figli, ed è un romanzo dedicato alla riflessione sul concetto di arte, sia essa scrittura, pittura, recitazione o “gesto artistico”.

Kevin Wilson è nato e cresciuto nel Tennessee. Suoi racconti sono apparsi su numerose riviste letterarie americane. In questo periodo insegna fiction all’University of the South. Ha esordito nel 2009 con la raccolta di racconti “Tunneling to the center of the earth”, selezionato dal “Publishers Weekly” tra i migliori dieci libri dell’anno e vincitore del Shirley Jackson Award.

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Antoine Volodine

Terminus Radioso

66thand2nd Editore 2016, 544 pp. – 20 euro. Traduzione di Anna D’Elia

In una Russia post-apocalittica, devastata dalle esplosioni nucleari, due uomini e una donna fuggono dopo il crollo dell’Orbisa, ultimo baluardo della Seconda Unione Sovietica, e si avventurano in una steppa contaminata, dominata da una natura selvaggia e mutante. È un regno sterminato, popolato di soldati-fantasma e morti viventi, e costellato di villaggi deserti e centrali nucleari implose, fatta eccezione per Terminal radioso, dove la vita continua a scorrere intorno a una pila atomica sprofondata nel terreno. Lì Mamma Udgul, cui le radiazioni hanno regalato una sorta d’immortalità, gestisce le operazioni di smaltimento dei materiali radioattivi, e Soloviei, presidente del kolchoz, guida con i suoi poteri sovrannaturali i pochi superstiti in un’atmosfera di sogno che ha i contorni dell’incubo. In questo universo singolare e violento, surreale e visionario, il tempo diventa relativo, e i confini tra vita e morte sfumano in un eterno tormento.

Antoine Volodine, nato in Francia nel 1950, è uno scrittore che sfugge a ogni classificazione. Fondatore del «post-esotismo», corrente letteraria che mescola realtà onirica e politica, ha scritto oltre quaranta libri con diversi pseudonimi. Con Terminus radioso, che gli è valso il prix Médicis nel 2014, firma un romanzo fosco e ironico che intona un inno all’umorismo del disastro, alla fuga dal reale, alle tecniche di resistenza di fronte al buio, alla notte, alla catastrofe. La resistenza che segue alla tabula rasa delle umane cose dopo l’implosione totale, il crollo definitivo, la «guerra nera», da cui siamo tutti minacciati. Tra le sue opere tradotte in Italia, Scrittori (Edizioni Clichy, 2013) e Angeli minori (L’orma editore, 2016). Di prossima pubblicazione 66thand2nd Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze, Nos animaux préférés e Songes de Mevlido.

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Jean-Paul Sartre

La regina Albemarle o l’ultimo turista

Il Saggiatore Editore 2016, 224 pp. – 21 euro. Traduzione di Sergio Atzeni

Fine estate del 1951. Jean-Paul Sartre, partito «con le mani in tasca e della carta bianca in valigia», inizia il suo viaggio in Italia. Approda a Napoli, città gremita di edifici scarnificati fino al midollo, con i panni appesi ai balconi e ovunque arsura, marmaglia, miseria. Poi si addentra nel cuore di Capri, attraverso una strada selvaggia a serpentina. Ne contempla il paesaggio duro come la roccia e soffice come la vegetazione, una terra nera e fertile che è stata prima africana, poi greca e romana. A Roma, i suoi passi echeggiano nella città vuota, come in una cattedrale deserta. Qui si intrattiene con Carlo Levi, cena con gli amici del Pci, visita il Colosseo. Nelle strade le voci parlano della partita di calcio della Roma, di Coppi che correrà a Lugano, di scioperi in corso o covati sotto la cenere. Sartre si trascina per le vie della capitale, penetra nelle viscere della classicità, i cui resti sono pietra stregata capace ancora di asservire. Infine, a Venezia, sullo sfondo degli affreschi del Tintoretto, fra santi, putti e dogi, si sente rinnovato: la città galleggiante ha l’aura di un sogno, vaporoso e sinistro; è una materia fluida in lotta con le architetture dell’uomo che irretisce e plasma il turista. Definita da Sartre (1905-1980) stesso «La nausea della mia maturità», La regina Albemarle, che il Saggiatore propone oggi in una nuova edizione, per la cura di Alette Elkaïm Sartre, figlia adottiva del filosofo, è un diario di viaggio che reca poche indicazioni temporali e si abbandona a un tempo mitico e sospeso, accompagnandosi agli scritti consimili di Chateaubriand, Stendhal, Hugo e Gide. Sartre, l’ultimo turista, guidato nella sua riflessione sul Tempo e sulla Contingenza dalla regina Albemarle, immaginaria patrona interiore, riesce a catturare immagini e atmosfere, e a restituirle in tutta la loro cristallina nitidezza. Attraverso lo stile frammentario, Sartre affida così a queste pagine il suo intimo, universale taccuino interiore e indugia, insieme al lettore, sul segreto e il fascino di un’Italia primigenia e misteriosa.

A cura di Alessandra Stoppini

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