13dicembre

Del Vecchio Editore: intervista a Paola Del Zoppo

L’Agenzia letteraria Studio Garamond propone l’intervista a Paola Del Zoppo, direttore editoriale della casa editrice Del Vecchio Editore. Spunti interessanti nel dialogo che segue, frutto di impegno, tante idee e un lavoro notevole di ricerca e promozione. 

Come nasce la voglia di fare l’editore e com’è strutturato il vostro lavoro in redazione? Ci illustri brevemente la giornata tipo.
Credo che il lavoro dell’editore debba essere legato alla voglia di dialogare sulla cultura e nel sistema culturale di un paese tramite la diffusione dei libri, e non è, almeno non nel nostro caso, svincolato dalla passione per i libri stessi, per le storie, per la buona letteratura. In particolare, noi abbiamo ritenuto opportuno far conoscere al pubblico italiano delle narrazioni e delle poetiche straniere che altrimenti forse non sarebbero state evidenziate. In redazione siamo molto pochi e non c’è una giornata tipo. Di solito si stabiliscono delle priorità settimanali e poi ci si organizza. La nostra caporedattrice dà i tempi, effettivamente, perché ha presente meglio di tutti i tempi redazionali. Inoltre ognuno di noi svolge più compiti, come capita spesso nelle case editrici piccole, dunque saltiamo con frequenza da una mansione all’altra, considerando che alcuni compiti specifici vengono svolti solo da determinate persone.

La filosofia editoriale legata alle vostre collane ha mantenuto la sua idea originale o si è modificata nel tempo, adeguandosi al mercato?
Posso dire che ha mantenuto la sua idea originale. Dipende poi che si intende per adeguamento al mercato. All’inizio, accanto alla poesia, avevamo anche narrativa lievemente più commerciale, storie esotiche o gialli più sensazionali. Ma per quello non c’è spazio sul mercato, quello che mancava davvero è una certa letteratura di qualità, innovativa, magari sperimentale, soprattutto straniera. Così ci siamo orientati in maniera più netta verso una letteratura ironica, linguisticamente complessa o che presentasse sguardi secondo noi marginali rispetto alla letteratura più diffusa. Inoltre abbiamo cominciato a rivolgere la nostra attenzione ad autori o opere ingiustamente dimenticati. Ci interessa molto che i nostri libri siano anche attraenti, proprio perché la buona letteratura funziona anche e soprattutto senza patetismi o ideologie, e ci interessa molto che il lettore trovi il suo personale spazio di lettura, un suo modus, senza essere spinto a commuoversi o indignarsi in maniera troppo smaccata.

Quali sono i compiti e le competenze principali di un direttore editoriale?
Il compito più importante è la scelta del catalogo, l’elaborazione del piano editoriale. E’ difficile decidere la sorte di un libro, innanzitutto perché trattiamo libri stranieri già apprezzati e/o premiati all’estero, dunque in genere molto validi, e poi perché la nostra idea di letteratura ci porta a cercare libri ibridi, che si spingano sempre un po’oltre qualche confine. Talvolta ci sono libri ottimi e anche interessanti che però narrano in maniera più convenzionale. Molto fa anche il lavoro sul libro, sui paratesti, per esempio le istruzioni per l’uso sono un mio compito, proprio perché collocano il libro in contesti differenti, spostandolo rispetto all’asse di ricezione consueto.

 Cosa rappresenta per lei l’editoria?
Per me personalmente la possibilità di leggere e conoscere e, laddove sia il caso, di far conoscere ai lettori nuovi mondi o nuove modalità e strutture del pensiero.

Autore e libro ideale?
Un autore che faccia sentire il lettore insieme protetto e a disagio, che apra nuove porte senza spaventare o intimorire o sminuire. Per esempio anche un autore che muta genere o tipo di storia ad ogni libro rimanendo sempre riconoscibile. Il libro ideale? Sarò concreta: un romanzo, non troppo lungo, non patetico, possibilmente con elementi che facciano pensare che viviamo solo in uno dei mondi possibili e se devo scegliere, piuttosto ironico e con una punta di mistero e una lingua cesellatissima. Il sentimentalismo e il patetismo parlano solo allo stomaco dei lettori, non lo trovo onesto, e lo stesso vale per i libri dal vocabolario e dalle immagini limitate. Spesso mi sento dire: ma se il linguaggio è difficile, il lettore non capisce, non segue. Non è vero, se una frase è ben costruita, la presenza di alcune parole “difficili” arricchisce l’esperienza della lettura e offre la possibilità di arricchire anche il vocabolario, il che vuol dire avere parole in più per descrivere e percepire il mondo. Non mi pare cosa da poco. Però credo quindi che oltre all’autore ideale allo bisogni parlare di lettori ideali. Il mio lettore ideale sono io, è inevitabile. Ma dovendo poi allargare la visuale: è qualcuno non pigro, anzi, spavaldo, che ancora è capace di leggere in modo aperto, curioso, e insieme ha il coraggio di riconoscere se un libro è brutto o racconta una storia già detta, magari nello stesso modo.

Diritti esteri: la vostra casa editrice sta puntando su un catalogo di autor stranieri. Ci spiega questa scelta e i vantaggi e/o svantaggi che ne derivano?
Stiamo cercando di portare in Italia modi diversi di intendere la lettura e la scrittura. Il provincialismo culturale che ci avvolge e negli ultimi direi quindici anni ci ha completamente soffocato deriva in parte anche dal cercare sempre solo libri rassicuranti, conosciuti, di cui posso controllare il contesto di provenienza o che posso collocare criticamente e teoricamente. Noi vorremmo agitare un po’ le acque, innanzitutto importando letterature e modi meno conosciuti. Il vantaggio è, e devo dire che è inquietante, la grande quantità di libri di valore che si trovano sul mercato già “vagliati”, letti, premiati. Lo svantaggio è in parte nei costi, perché le traduzioni costano – e giustamente – così come costano i consulenti da lingue meno frequentate, anche di paesi non troppo lontani, greco, georgiano, turco. Ma la nostra idea è, appunto, dare spunti su quanto non conosciamo, del mondo e dei modi letterari.

Fiere del libro: cosa rappresentano per la Del Vecchio editore e come vi preparate a questi eventi?
Le fiere sono momenti importanti per farsi conoscere dal pubblico, per avere un contatto diretto con alcuni lettori, e per conoscere noi il pubblico e non staccarci in maniera troppo irrealistica dalla realtà editoriale. Purtroppo ogni fiera ha i suoi pro e i suoi contro, talvolta ad esempio si trasformano in circhi quando gli autori “personaggio” si affacciano alla ribalta. Anche per noi i momenti più importanti sono quelli legati alle presentazioni, e ci portano sempre via molte energie, anche perché cerchiamo sempre o quasi sempre di portare alle fiere autori stranieri. Anche questo ha un costo, ma ripaga in termini di visibilità e soprattutto, idealmente, talvolta fa breccia nel muro della consuetudine. Non abbiamo autori “personaggio” ma ci piace invitare autori che dialoghino con il pubblico in maniera onesta. Per il resto, sulle fiere va fatta una riflessione complessa e a vari livelli. Da leggere, per esempio, il breve e significativo intervento di Pietro Del Vecchio in proposito, sul blog di Federico Novaro.

Ufficio stampa: come state gestendo questo settore?
Sono ormai due mesi che Fiammetta lavora con noi. Che dire, è eccezionale. Professionale, propositiva, in grado di valorizzare le idee degli altri e soprattutto, ottima lettrice e appassionata di letteratura. Il lavoro dell’ufficio stampa è nodale. Proporre il libro a un giornalista che lo sminuirà con una recensione poco significativa o mal collocata può danneggiare tutta la promozione. Fiammetta sa sempre a chi proporre il singolo libro, con comunicati chiari e ben misurati. Significa molto averla con noi, e speriamo di lavorare insieme a lungo.

Argomento distribuzione. Qual è  la vostra realtà?
Alla metà del 2013 ci siamo affidati alla PEA, un’agenzia di Milano, per la promozione, e a PDE per la distribuzione. Ci troviamo bene e le cose sono migliorate in termini di presenza in libreria e visibilità. I promotori sono bravissimi, accolgono i libri con il giusto entusiasmo e riescono a trasmetterlo ai librai. Nel contempo, senza mai essere invadenti, ci hanno dato preziose indicazioni su alcune strategie promozionali. L’editoria è fatta di molti attori, e alcuni, fondamentali, spesso vengono dimenticati, ecco appunto i promotori, ma talvolta anche gli agenti letterari, che vengono sminuiti e trattati come piazzisti, mentre invece svolgono un lavoro preziosissimo. Sono i veri traghettatori di libri, dall’autore all’editore, da un editore all’altro e dall’editore al libraio.

C’è qualche storia che non è stata ancora raccontata e che vorrebbe pubblicare?
Un’infinità. Io non credo che le storie si esauriranno, finché la gente avrà il coraggio di vivere cercando di trovare la propria via e non di seguire prevedibilmente sentieri già tracciati. E credo davvero che gli scrittori creino storie. E dalle storie inventate possono talvolta nascere storie che hanno luogo nella realtà. E tutte le storie, se narrate con stile, originalità, un’inquadratura non banale e una voce potente e personale, riconoscibile, hanno il diritto di essere raccontate.

Quali caratteristiche deve avere il volume affinché possa ritagliarsi nel mercato uno spazio adeguato?
Innanzitutto un volume va collocato chiaramente in un catalogo, cioè in un progetto. Per ritagliarsi nel mercato uno spazio tutti i volumi del progetto devono rispondere a un’esigenza, ovviamente nella lettura dell’editore. Dovrebbe avere caratteristiche che gli altri volumi non hanno e insieme essere sempre riconoscibile come prodotto editoriale. Poiché un catalogo è fatto di diversi libri (pochi, nel nostro caso di piccoli editori) potrà capitare che un libro abbia più caratteristica di novità e uno meno, ma nell’insieme il progetto deve, secondo me, avere qualcosa da dire che non sia stato detto o come non è stato detto. Molto conta anche la coerenza del progetto editoriale con il progetto grafico, e noi abbiamo la fortuna di aver trovato con Maurizio Ceccato e IFIX, quella che ci sembra la giusta ricetta per spiccare un po’ in libreria.

Quali sono i limiti e le potenzialità di una casa editrice indipendente?
Nella definizione c’è tutto. Indipendenza, quindi libertà di scelte e possibilità di strutturare il volume e il catalogo con estrema autonomia. Dall’altra parte, maggior precarietà economica, che volendo, però, si può trasformare in ancor maggiore attenzione alle scelte e alla politica editoriale.

Cartaceo e ebook. La vostra posizione attuale qual è?
Siamo convinti che tutti i mercati siano in continua evoluzione, e che la carica emotiva della lettura non sia da relegare alcartaceo. E’ vero che gli ebook si prestano più a una lettura multipla e quindi potenzialmente superficiale, mentre il volume cartaceo, a mio vedere, può aiutare ad immergersi nella lettura, lo trovo ancor molto più immediato. Anche io, comunque uso sia l’e-reader che i libri cartacei. Però molto sta nell’habitus e l’importante è che i libri vengano letti.

Quali sono le novità e i progetti in arrivo?
Abbiamo appena pubblicato alcuni libri di cui andiamo orgogliosi, come Exchange Place di Ciaran Carson – uno dei maggiori poeti e intellettuali irlandesi viventi – e Quasi mai di Daniel Sada. Per il 2014 siamo molto incuriositi dall’accoglienza che i lettori italiani riserveranno a due libri turchi in catalogo, Gli innocenti di Burhan Soenmez e Esilio di Ciler Ilhan. Sono libri che trattano in maniera completamente diverse le tematiche dell’identità e della dislocazione, il primo è una storia d’amore sullo sfondo della Storia turca, e l’autore è un intellettuale di grande impegno sociale che al momento vive a Londra; il secondo è un romanzo corale, frammentato molteplici visioni, una struttura che, a dispetto della sua apparente complessità, rapisce il lettore fin dalla prima pagina guidandolo attraverso infiniti punti di vista alla scoperta delle infinite possibilità del reale che talvolta, confinano con il fantastico. Abbiamo anche due libri italiani molto interessanti: un romanzo-mosaico, un poliziesco scritto a venti mani, Le verità imperfette: dieci autori per una sola storia, a dare voce a diversi personaggi. Un esperimento coraggioso e ben riuscito, con nomi come Luigi de Pascalis, Marco Vichi, Maurizio de Giovanni tra gli altri. E, nella seconda metà dell’anno, un intenso e divertente romanzo di Luca Ragagnin, dal titolo provvisorio Arcano 21, che presenta tra un sorriso e l’altro, in uno stile inconfondibile, avventure e disavventure di un libraio alle prime armi che scopre il terribile lato terreno del mondo dell’editoria e della letteratura più in generale.

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