04marzo

Mestiere Traduttore: intervista ad Adriano Angelini Sut

  • Scritto da: Studio Garamond
  • Commenti: 1

L’Agenzia letteraria Studio Garamond propone l’intervista ad Adriano Angelini Sut, esordio nel 2005 con Da soli in mezzo al campo. Nel 2007 pubblica il romanzo Le giornate bianche. Nel 2010 per la Newton Compton escono 101 cose da fare a Roma di notte almeno una volta nella vita e, 101 gol che hanno cambiato la storia del calcio italiano. Il suo ultim0 libro è del luglio 2013, Mary Shelley e la maledizione del lago (XL Edizioni), una biografia romanzata dell’autrice di Frankenstein. Ha tradotto e fatto conoscere al pubblico italiano lo scrittore messicano americano Luis Alberto Urrea, pubblicato da XL Edizioni. Ha collaborato con Il Foglio, radioradicale.it, paradisodegliorchi.com e Radio Manà Manà, ed è stato direttore editoriale della casa editrice Zero91.

Ci racconta dei suoi primi passi nel mondo della traduzione?
“Sono avvenuti un po’ per caso, come sempre quando si trova la propria strada. Ho proposto un libro a una casa editrice, la XL Edizioni e loro l’hanno accettato. Di un autore, tra l’altro, che meriterebbe molto più spazio qui in Italia, Luis Alberto Urrea, con il suo libro L’autostrada del diavolo, tratto da una storia vera di migranti messicani morti nel deserto di Sonora, Messico, nel tentativo di passare la frontiera verso gli USA. Da lì in poi mi sono dato da fare io a cercare libri da tradurre, mentre alcuni (pochi) mi sono stati proposti dalle case editrici.”

Come avviene il processo di revisione della traduzione prima della pubblicazione? Che rapporto ha con gli editori con cui collabora?
“Come un normale editing sui testi di narrativa o saggistica, il fatto è che per fare una buona traduzione ci vuole tempo e non sempre questo c’è. Con l’ultimo con cui sto lavorando c’è un rapporto ottimo e di fiducia, ma è un caso raro e poi è molto di nicchia.”

Ci sono dei traduttori o delle traduzioni che ha amato particolarmente nel corso delle sue letture, e che vorrebbe consigliare a chi ci legge?
“Sì, “Libra di Don De Lillo, che ho letto da poco, è una traduzione esemplare, cito anche il nome del traduttore, Massimo Bocchiola che è anche il traduttore di Pynchon. De Lillo è un autore ostico, e infatti Underworld, forse perché molti lo ritengono, a mio avviso a torto, il suo capolavoro, non è all’altezza di Libra nella traduzione e probabilmente fra i due libri non c’è confronto. Un altro autore importante e tradotto magistralmente è James Ellroy con American Tabloid, tradotto da Stefano Bortolussi. Le prime traduzioni di un altro autore che amo, Stephen King, al contrario erano francamente imbarazzanti, non faccio il nome del traduttore per cortesia. Le nuove sembrano migliori. In Italia traduttori bravi ci sono, le case editrici però dovrebbero mettere un po’ più in evidenza i loro nomi. Si diventa un mini co-autore quando si fanno lavori simili.”

Che consigli si sente di dare a coloro che intendono intraprendere il suo stesso percorso?
“In questo momento direi loro di lasciar perdere perché il mercato editoriale italiano è al disastro. I traduttori vengo pagati una miseria. Poi se proprio questi giovani traduttori hanno la passione che ci provino, iniziassero dai testi semplici, piccoli racconti, novelle dimenticate e proponetele a qualche editore. Non traducete mai alla lettera, rielaborate, lì dove necessario, cercando di rispettare stile e contenuto. Oggi poi la maggior parte delle case editrici medio grandi sono macchine da guerra, si affidano per i traduttori a delle agenzie che reclutano come i call center, danno loro due spicci e gli dicono che devono consegnare in un paio di mesi, a volte un mese e mezzo. E il pastrocchio è servito. La qualità della maggior parte delle traduzioni è imbarazzante.”

Quali sono gli elementi che “fanno la qualità” di una traduzione?
“La capacità del traduttore di farsi autore, infatti I traduttori più bravi sono solo gli scrittori veri, quelli che sanno che tradurre è quasi riscrivere un testo. Il più grande traduttore italiano rimane Pavese, che ha tradotto Steinbeck, Dos Passos, Melville, Withman. Personalmente non smetterò mai di ringraziare Pavese, per le cose che ha scritto ma anche per aver fatto conoscere la letteratura americana all’Italia degli anni’50; un’italietta bigotta e conformista, stretta fra comunisti e democristiani totalmente schivi rispetto alle idee liberali di quel mondo. C’è che il traduttore che fa il compitino per bene alla lettera svilisce l’opera e la rende nella maggior parte dei casi un libriccino per edicole. E poi ovvio, se il testo di partenza è brutto uno non è che può fare miracoli. Non ci sono elementi, c’è la predisposizione di chi traduce a riscrivere un testo; per esempio essere costretti, per capire una frase, a leggersi articoli (libri a volte) sull’argomento di cui l’autore sta parlando (a meno che non si chieda direttamente a lui), è una fatica enorme, ecco perché non tutti possono farlo.”

Secondo lei che tipo di preparazione e competenze è necessario avere per lavorare nel campo della traduzione editoriale?
“Te l’ho detto. Bisogna essere o sapersi fare autori. Non ho mai creduto nelle scuole per traduttori (così come in quelle di scrittura). E’ chiaro, su tutto è necessario conoscere bene la lingua di partenza (e la lingua di arrivo, che lo si dà troppo per scontato a volte) ma l’importante è essere pronti a osare. Mettersi costantemente in gioco. Cambiare la punteggiatura di una frase ad esempio. Può sembrare una mancanza di rispetto del testo ma non lo è. L’italiano è diverso dall’inglese, dal francese, dallo svedese che adesso va tanto coi gialli scandinavi. Ovviamente bisogna stare attenti allo stile dell’autore, farlo proprio, come stessimo con lui in quel momento.”

Che consigli darebbe a un giovane che si affaccia nel mondo della traduzione?
“Leggi sopra. E poi non mandate curriculum che tanto non vi rispondono, almeno che non proponiate voi un testo o vi chiamate con un cognome importante, che sò, quello della figlia di un famoso giuslavorista per esempio. Ma sono casi rari.”

C’è un margine di tradimento dell’originale?
“Bisogna essere astuti a tradire non tradendo. Ovviamente dipende dal testo di partenza; se è una lingua con arcaismi o modi di dire che non corrispondono alle espressioni italiane bisogna trovarne di corrispondenti (anche se personalmente io spesso sono per lasciare in originale), ed è la cosa più difficile ma anche stimolante. La frase famosa di halloween trick or treat cioè dolcetto scherzetto è un adattamento. Né trick né treat infatti vogliono dire dolce. La traduzione letterale sarebbe scherzetto o sorpresa. Siccome però I bambini di solito alla porta quel giorno si presentano coi dolci, ecco che si è optato per una alternativa, altrettanto valida. Tradire senza tradire. Rifacendo pure la rima. Ma non sempre si può fare e, mi ripeto, personalmente, quando vedo che una cosa non si può tradurre, la lascio in originale spiegando il significato in una nota; la considero una forma di rispetto per la lingua.”

È difficile calarsi in tante voci e tanti stili diversi?
“Sì se non si è autori. Ovviamente autori non necessariamente pubblicati ma con mentalità da autore. Chi traduce narrativa o anche saggistica a volte, spesso la Non-Fiction, non deve fare il compitino. Per quello ci sono I manuali tecnici e lì di lavoro da fare come traduttore ce n’è tanto e pagano pure meglio.”

C’è oggi un po’ di visibilità in più, per i traduttori, rispetto al passato e qual è il rapporto fra traduttore e autore?
“No, oggi non c’è ancora nessuna visibilità per i traduttori e i premi letterari esistenti, pochi, non danno loro quella visibilità che meriterebbero e la situazione non è migliore all’estero; ma negli altri paesi, non in tutti, I traduttori almeno vengono pagati come si deve. Io personalmente quando traduco un autore in vita ho con lui un rapporto costante, email/telefono/skype. Per il periodo di tempo che mi ci vuole, divento lui, e spesso ho sempre trovato grande collaborazione. Lasciami dire che oltre a Urrea, un’altra autrice con cui ho interagito tantissimo e che ha scritto un libro fantastico è Janice Galloway pubbblicata da Gaffi (io ho tradotto Ogni cosa è maschera); con lei, scozzese, è stato un vero arricchimento. Mi faccio anche un po’ di pubblicità, sta per uscire il nuovo libro di Robert Bauval (l’autore del bestseller Il Mistero di Orione, Tea, scritto a quattro mani con Adrian Gilbert). L’ho tradotto io con la collaborazione di Sandro Zicari dell’università La sapienza di Roma, perché era un testo molto complesso. Uscirà, credo, prima dell’estate per X Publishing e si chiama Eresia Vaticana. Vi assicuro, avvincente più del Il Codice Da Vinci.”

Comments (1)

Bravissimo adriano sei meraviglioso come ti esprimi e spieghi di traduzioni

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>