Rebus per un delitto

Decise di non indugiare oltre. Si mosse verso la porta e si abbassò per guardare dal buco della serratura. Quello che vide la sorprese. Il corridoio non era immerso nell’oscurità come si sarebbe aspettata, ma era rischiarato da una luce che andava aumentando d’intensità. Rimase interdetta, poi capì cosa fosse quello strano fenomeno. L’individuo si stava avvicinando e reggeva in mano una candela. Il rumore dei passi, che poco prima avvertiva lontano e ovattato, adesso era chiaramente udibile.

Alcuni momenti traumatici restano impressi nella mente indelebilmente. Vengono vissuti al rallentatore, come se il cervello volesse prolungare quegli istanti nel tentativo di impedire che possano sfuggire particolari importanti. Richard ricordò di aver provato la stessa sensazione diversi anni prima, quando sua madre lottava fra la vita e la morte a causa di un ictus cerebrale. I suoni ovattati, la difficoltà nei movimenti e il ronzio nelle orecchie erano tutte sensazioni familiari che avrebbe preferito non avvertire mai più.

«Non so se si rende conto dottore che ci troviamo di fronte a un rompicapo senza soluzione. Lei sostiene – e io le credo – che la porta fosse chiusa dall’interno. Nessuno è uscito da questa stanza prima o dopo la scoperta del cadavere. Non ci sono altre porte o finestre. Pertanto, a meno che non si tratti di un fantasma o Adelchi non si sia pugnalato da solo, mi piacerebbe sapere che fine ha fatto l’assassino.»

Qualcuno mi uccida

«Quello che mi stai chiedendo è una pazzia Ermil» dichiarò con voce baritonale Malligan. Si era voltato di scatto e aveva incontrato gli occhi decisi del senatore.

«Non si può fare?» chiese Ermil con una nota di incredulità nella voce.

«Tecnicamente è possibile. Non esiste nessuna Legge che vieti espressamente ciò che hai in mente. Ma…»

«Qual è il problema allora, Bert?»

«Ti rendi conto di cosa vuoi fare? È contro natura, i tuoi figli non accetteranno mai una cosa del genere. Sai che sono una persona pratica e che non mi sono mai fatto molti scrupoli, ma questo è troppo anche per me.»

«Perché tutto questo, Ermil?»

Van Buren osservava, assorto, qualcosa fuori dalla grande vetrata alle spalle di Malligan.

«Me lo sono chiesto anch’io, ma non sono riuscito a trovare una risposta. Forse l’insondabilità di questa domanda è l’aspetto che ci deve fare illudere che esista qualcosa oltre la morte. Almeno lo spero.»

«Già…» fece Malligan poco convinto.

A distanza di una sola settimana, il cancro aveva reso Ermil Van Buren irriconoscibile. Il viso appariva scavato e occhiaie molto profonde pendevano sotto gli occhi. Quando lo vide arrivare, Malligan, ebbe il timore che il senatore fosse sul punto di cadere a causa del suo incedere caracollante. Anche parlare sembrava costargli fatica.

Negli istanti di agitazione che seguirono all’affermazione del senatore, Richard si trovò a ripensare al suo periodo scolastico e in particolare a una frase di Edward Young che più di ogni altra gli era rimasta impressa durante tutti quegli anni: “Tutti gli uomini credono che tutti gli uomini siano mortali, tranne sé stessi”.

A Richard venne in mente questa similitudine per descrivere lo stato nel quale era piombato lo studio di Van Buren nell’istante stesso in cui, il senatore, finì di parlare. Lo shock era stato troppo forte e c’era bisogno di un po’ di tempo per poterlo assorbire. Tempo durante il quale tutto appariva come immobile, senza vita. Anche il fuoco aveva perso la sua energia.

Alla fine il buio

Avvenne all’improvviso.

Il colpo non le fece male, quasi non se ne accorse. Forse poteva aspettarselo, ma a pensarci bene non è che le importasse più di tanto. Non emise un gemito, né un lamento; tantomeno oppose la minima resistenza. La mente era troppo impegnata a riflettere sulla piega che aveva preso la sua vita.

Le colpe dei genitori ricadono sempre sui figli, pensò. Quante volte aveva sentito quella frase? E se fosse stato vero il contrario? Non si era mai soffermata più di tanto a rifletterci, ma non era un’idea da scartare a priori. Con una figlia diversa, forse sua madre non sarebbe diventata un relitto umano.

Esistono delle persone che nascono segnate. Per quanto si sforzino, non riusciranno mai a cambiare la propria esistenza, a sollevare il capo anche solo per un attimo. Sua madre era una di quelle. E lei aveva ereditato i suoi geni, e con questi anche il suo destino. Come un tatuaggio stampato sulla fronte: per quanto ci si sforzi a nasconderlo, sarà sempre lì a rivelare la realtà a cui si è destinati.

Diego Pitea

Diego Pitea è nato trentotto anni fa a Reggio Calabria, una piccola cittadina affacciata sul mare, nell’estremo sud Italia, da due genitori meravigliosi. È grazie a loro, infatti, che è cresciuto in lui il germoglio della lettura fino a diventare, negli anni seguenti, una vera e propria ossessione.

Se la sua vita fosse un film, s’intitolerebbe L’uomo del destino o, per i meno fatalisti, L’uomo del caso. È infatti grazie a quelle che il filosofo francese Cournot chiamava serie casuali non lineari che sono accaduti quasi tutti gli avvenimenti più importanti della sua vita.

Ha due figli che adora: “Mollusco” e “Nano”. Il primo romanzo lo scrisse a causa dei postumi di un evento doloroso e tanto per non restare indietro si cimentò con l’incubo di tutti gli scrittori di romanzi gialli: il delitto in una camera chiusa dall’interno. Fu un parto abbastanza travagliato e dopo circa un anno venne alla luce Rebus per un delitto. Il tentativo andò bene dal momento che il libro risultò, nel settembre del 2012, finalista al concorso “Tedeschi 2012” bandito dalla Mondadori che premia il miglior romanzo giallo italiano. Affermazione bissata nel 2014 con il secondo romanzo Qualcuno mi uccida.