26novembre

Editor: intervista a Carmen Maffione

Studio Garamond ha intervistato Carmen Maffione, editor di narrativa, saggistica e libri per l’infanzia. Collabora principalmente con Editori Internazionali Riuniti. Negli ultimi anni è stata caporedattrice della casa editrice Lantana.

Professione Editor: ripercorra per noi il suo percorso professionale.
Non credo esista un percorso professionale che porti direttamente a intraprendere questo mestiere. Mi sono laureata in lettere seguendo la mia passione per la letteratura e già durante gli anni universitari avevo iniziato a bussare alle porte delle più varie case editrici romane – ricordo ancora tutti gli indirizzi, avevo una vera e propria mappa – offrendo spontaneamente il mio aiuto gratuito in cambio dell’opportunità di comprendere la filiera attraverso la quale i libri si costruiscono, nel contenuto e nella forma, fino ad assumere le sembianze familiari nelle librerie. Mi piaceva stare nei magazzini perché nel sistemarli ne studiavo la struttura, mi piaceva dare una mano agli uffici stampa perché me li facevano raccontare, e poi nelle redazioni, dove anche il più piccolo apporto creativo mi faceva sentire partecipe di quel libro. Nel frattempo ho frequentato dei corsi specialistici per redattore editoriale e finalmente sono entrata ufficialmente a far parte di una casa editrice dove per tre anni sono stata caporedattore.
Attualmente lavoro da freelance come editor di narrativa e saggistica, e ho iniziato a curare una collana per l’infanzia per Editori Internazionali Riuniti. Ogni tappa è stata fondamentale nella mia formazione, ma questo non è un mestiere che si apprende in seguito a un percorso unico, né forse si apprende mai veramente, nell’accezione che vuole l’apprendimento come un’accumulazione di conoscenze ed esperienze consolidate. Perché è un mestiere che devi “provare a fare” ogni volta che hai davanti un altro libro, un nuovo scrittore, un linguaggio diverso e sconosciuto.
Se penso al percorso formativo che mi ha portato a questo lavoro, mi viene naturale dare più importanza, più che agli studi o ai numerosi stage, alle storie che mi leggeva mia madre da bambina, a quelle che inventavo io stessa, leggendo e riscrivendo, e alle infinite storie che racconto e amo raccontarmi tuttora, continuamente, guardando fuori.

Com’è strutturato il suo lavoro in redazione? Ci illustri la giornata tipo.
Il lavoro dell’editor è un lavoro di lettura e scrittura, due attività che si svolgono principalmente seduti a una scrivania, di solito davanti a un computer. Eppure, si tratta di un lavoro così sfuggente da qualsiasi definizione o metodo, proprio per il suo essere così mutevole – come l’acqua in un recipiente, così l’editor assume la “forma” del libro su cui si trova a lavorare –, che non esiste una giornata tipo. Si va dalle notti al telefono con gli autori a letture e riletture di ore a caccia del refuso, dalle ricerche alle “indagini di mercato”, da giorni di operosità febbrile a giorni di totale inattività – ma la fase oziosa e la fase produttiva dell’editor sono come lo yin e lo yang della filosofia cinese, quando l’una tocca il suo apice inizia l’altra. Almeno, lo è per me. Sono certa che esistano editor che seguono un metodo di lavoro più rigido…

Quali sono le competenze e le linee guida da seguire quando si lavora con un manoscritto?
Competenze e linee guida possono rivelarsi di volta in volta efficaci o completamente inutili. È un lavoro in sperimentazione continua. Credo che più si hanno competenze varie e meglio si potrà intervenire a favore di un testo, anche per vie insospettabili. L’importante è non pensare che un romanzo rosa possa non necessitare di una conoscenza specifica in fisica quantistica o che un saggio di politica non arriverà mai a servirsi di competenze di microbiologia. L’aspetto più affascinante di questo mestiere è proprio questa “ragnatela” di conoscenze che l’editor ha il compito di rinforzare ed estendere sempre più con lo studio continuo e soprattutto grazie alla curiosità.
In linea generale, direi che l’accortezza e la precisione, unite a una buona dose di fantasia, sono aspetti imprescindibili da questo lavoro.

Cos’è, per lei, l’editoria?
L’editoria è una forma d’arte. Le case editrici sono in tutto e per tutto delle attività imprenditoriali, ma credo che ogni azienda si diversifichi per sostanza e ragion d’essere a seconda della “merce” che produce. Fare editoria significa credere che il mondo abbia bisogno di leggere quella storia, e lavorare per fare in modo di pubblicarla. Sembrerà un concetto idealista, ma è l’unico che abbia un senso, soprattutto perché dell’oggetto-libro condivido l’idea che ne aveva Bobi Bazlen quando diceva che un libro è solo il risultato secondario di qualcosa che c’è prima e, aggiungo, che lo seguirà. È, secondo me, il risultato e il “pretesto” allo stesso tempo. L’editore dunque (e tutte le figure professionali che con lui collaborano) ha senso di esistere solo se è il primo lettore di un’opera sulla quale esprime il proprio giudizio in termini di qualità (soggettivo, certamente, ma un’espressione artistica non può che essere tale), per decidere o meno di pubblicare un’opera in cui crede fortemente, che non è sua, ma che andrà a comporre un quadro in cui ogni pubblicazione darà identità e riconoscibilità al suo marchio (e alla sua impronta, direbbe Roberto Calasso). L’editore che rinuncia al suo ruolo e ragiona in termini di marketing o di convenienza economica non fa che suonare la propria messa di requiem. E non solo per la perdita del “rapporto” con i lettori, ma soprattutto perché sempre più gli scrittori non avranno alcun motivo di rivolgersi a lui, scegliendo comprensibilmente di ricorrere a un qualsiasi manager commerciale, o di optare per l’auto-publishing.

Autore e libro ideale?
La mia idea di autore e di libro ideale si fondono insieme. Forse mi sto ripetendo, ma il libro ideale è quello che prosegue oltre l’ultima pagina e che ti comunica che prima di essere diventato un libro era molto altro, anzi, molto di più. Il libro ideale è come il dipinto che rappresenta solo una parte della realtà che esisteva oltre la cornice. Entrambi costituiscono il risultato di due sacrifici (torno a rifarmi a Bazlen), sono il residuo di tutto quello che nelle pagine (o sulla tela) non è entrato, tutto quello che nella scrittura (o nelle immagini) è intraducibile, tutta la vita che esiste a prescindere da essi ma che da essa questo libro (quadro) non può prescindere. Se un libro è portatore di tutto questo, la sua forza resterà e resisterà molto oltre le pagine, molto oltre il tempo della scrittura e della lettura, molto oltre la nostra capacità di immaginazione.

C’è qualche storia su cui vorrebbe lavorare come editor?
Non ho in mente una storia o un ambito preciso. Forse se avessi un’idea chiara scriverei una storia io stessa. Come editor, aspiro a lavorare su qualsiasi libro che valga l’urgenza di essere letto.

Rapporto editor-autore: qual è il suo commento e la sua esperienza a riguardo?
Le mie esperienze finora sono state tutte positive. Non sempre semplici, e forse le più “dure” sono state le più belle. Credo che l’importante sia partire dal presupposto che l’incontro tra un editor e un autore ha bisogno di costruirsi con la calma con cui devono crescere le relazioni tra due sconosciuti, con l’aggravante che uno dei due è chiamato a “mettere le mani”, anche solo con il suo giudizio, su qualcosa che appartiene all’altro. Se l’editor dimostra la sensibilità giusta per capire che l’autore sarà in partenza molto diffidente e pronto a difendere con le unghie e con i denti la propria “creatura”, se riuscirà a conquistarsi la sua fiducia anche accettando di fare all’inizio più passi indietro di quelli che il proprio orgoglio avrebbe previsto, probabilmente si costituirà un rapporto solido, costruttivo, a volte addirittura simbiotico il cui obiettivo primario è il bene del libro.

Come giudica la sua figura professionale oggi in relazione alla crisi dell’editoria? Quali sono le maggiori difficoltà per un editor, in relazione alla vendibilità del libro?
La figura dell’editor subisce la crisi dell’editoria come la subiscono tutti i professionisti (scrittori compresi) che lavorano in questo settore. I problemi sono di ordine economico, ovviamente, ma anche di ordine etico, direi, perché l’assillo della vendibilità induce le case editrici a “sfornare” libri sempre in maggior quantità, nella speranza di abbattere i costi di produzione, promozione e distribuzione, mettendo da parte le scelte di qualità. Questo è ovviamente un sistema generalizzato, ma per fortuna esistono ancora realtà editoriali che, seppur con le note difficoltà, fanno eccezione. In questo atroce meccanismo di auto-censura e auto-distruzione, anche l’editor spesso non è libero di lavorare come vorrebbe, con i tempi e le priorità giusti. Per non parlare poi della svalutazione del lavoro editoriale messo in pratica da chi sfrutta professionisti del settore dando per scontato che non abbiano il diritto di vivere dei proventi di questo mestiere.

Cartaceo e/o eBook: qual è la sua opinione?
Il libro cartaceo è la forma che preferisco, ma credo molto nelle possibilità del formato e-book. Io stessa ho un e-reader – che non uso –, ma so che se lo usassi sarebbe ad hoc in molte situazioni pratiche in cui un libro, pur nella sua economia perfetta, non è agevole (in viaggio, in metropolitana, quando si ha una sola mano a disposizione, ecc.). Oggi che siamo nella fase di passaggio, è una pura questione di gusto; ma non mi preoccuperei troppo del fatto che gli e-book potrebbero soppiantare totalmente i libri. Ci sarà un forte risparmio di costi e di alberi. Direi di farcene una ragione, come non ci fa più alcuna impressione il fatto che si scriva ormai quasi esclusivamente al computer. Detto questo, spero che il libro di carta non scompaia del tutto prima della mia morte, ne soffrirei troppo!

Tre consigli per un autore esordiente.
Darei lo stesso consiglio a un autore esordiente e a un autore già noto: essere onesti. È un consiglio unico ma anche triplice: onestà nei confronti della propria storia, nella considerazione di sé stessi e delle proprie capacità, e nel rapporto con i potenziali lettori. La sincerità nella scrittura è l’unica cosa che paga veramente, è la qualità che fa la differenza, anzi direi che fa l’evidenza, ossia che rende evidente l’opera a un editore e poi al lettore che, cogliendone il valore, lo restituisce alla scrittura.

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