31ottobre

Traduttori: intervista a Cristina Luisa Coronelli

Studio Garamond ha intervistato Cristina Luisa Coronelli. Traduttrice e interprete, si occupa di traduzioni editoriali dal 1997, negli ultimi anni ha lavorato per RizzoliFabbri e Macro Editions.

Ci racconta dei suoi primi passi nel mondo della traduzione?
I miei primissimi approcci con la traduzione risalgono ai tempi del liceo. Mi ero innamorata delle poesie di Emily Brontë (l’autrice di “Cime tempestose”). Quei versi mi avevano emozionato al punto che volli provare a tradurli. Mi fu subito chiaro che tradurre significa empatizzare con l’autore, entrare in punta di piedi nella sua dimensione animica e mentale, per cercare di coglierne l’essenza prima di ritrasporla in un’altra lingua. Questo concetto vale per la poesia non meno che per la narrativa.

Come avviene il processo di revisione della traduzione prima della pubblicazione? Che rapporto ha con i suoi collaboratori in tal senso?
Quando traduco un libro, di solito procedo in questo modo: effettuo una prima rilettura al termine di ciascun capitolo tradotto. A fine lavoro, effettuo una rilettura globale apportando modifiche a volte anche piuttosto sostanziali grazie alla visione d’insieme del testo. Se il libro presenta una scrittura particolarmente complessa, ritengo opportuno rileggerlo più volte e segnalare eventuali dubbi al redattore, una figura essenziale per assicurare una qualità soddisfacente in termini di scrittura e di traduzione vera e propria. Il rapporto fra traduttore e redattore non può prescindere dal rispetto reciproco; un’interazione “fluida” e armoniosa non è solo una garanzia di qualità del prodotto finale, ma rappresenta anche una fonte di arricchimento per entrambi, sotto il profilo personale e culturale. Lavorando anche come redattrice, conosco bene l’importanza di questo aspetto spesso ingiustamente sottovalutato.

Ci sono dei traduttori o delle traduzioni che ha amato particolarmente nel corso delle sue letture, e che vorrebbe consigliare a chi ci legge?
Nei limiti del possibile, preferisco leggere le opere in lingua originale. Tuttavia, apprezzo moltissimo Beniamino Dal Fabbro, poeta e scrittore del Novecento, che ha curato la traduzione di numerosi capolavori della letteratura francese, quali “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert, “Il demone dell’analogia” di Stéphane Mallarmé, “Malinconica villeggiatura” di Marcel Proust, “Lettere alla madre” di Charles Baudelaire, “Primo manifesto del Surrealismo” di André Breton, e soprattutto “La peste” di Albert Camus. Ricordo inoltre che Beniamino Dal Fabbro ha tradotto buona parte della produzione poetica di Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Rainer Maria Rilke e Paul Valéry. Consiglio di leggere almeno una delle sue traduzioni.

Che consigli si sente di dare a coloro che intendono intraprendere il suo stesso percorso?
Tradurre non è un mestiere facile; non basta avere un’eccellente padronanza dalla lingua da cui si traduce; occorre saper scrivere bene nella propria lingua, affinando costantemente le proprie capacità espressive attraverso la lettura del maggior numero possibile di generi letterari, anche per migliorare il proprio stile di scrittura. A prescindere da questi aspetti importantissimi, ci vuole anche tanta passione e dedizione, nella piena consapevolezza del fatto che non ci si arricchisce se non culturalmente e interiormente. Una buona traduzione richiede tempo, cura e attenzione per i dettagli. E poiché gli editori hanno sempre più fretta e il tempo a disposizione è sempre più scarso, il traduttore deve spesso dare prova di uno spirito di sacrificio tutt’altro che trascurabile per garantire comunque un lavoro accurato.

Quali sono gli elementi che “fanno la qualità” di una traduzione?
Come ho detto all’inizio, tradurre significa sostanzialmente trasporre nella propria lingua madre i concetti e, in vari casi, le emozioni e gli stati d’animo dell’autore. Chi legge, dovrebbe avere l’impressione che l’autore abbia scritto in italiano, o in una qualsiasi altra lingua di arrivo, il libro che sta sfogliando. Per questo motivo, occorre innanzitutto “appropriarsi” della dimensione espressiva di chi scrive.

Secondo lei, che tipo di preparazione e competenze è necessario avere per lavorare nel campo della traduzione editoriale?
Oltre a una solida formazione scolastico-accademica (liceo classico o linguistico e una laurea in lingue e letterature straniere, oppure in lettere e filosofia), è indispensabile leggere, scrivere e tradurre il più possibile, senza limitarsi a quanto è prescritto dal proprio piano di studi. Attualmente, c’è una vastissima offerta di master e corsi sulla traduzione letteraria, alcuni dei quali molto ben fatti. Tengo a precisare che ho indicato un percorso di studi mirato, ma non è detto che chi ha conseguito una laurea in ingegneria o in medicina non si possa cimentare in questo settore (non dimentichiamo che Goethe fu un sommo poeta e drammaturgo ma anche un valente scienziato), purché dimostri di saper tradurre e scrivere bene.

Che consigli darebbe a un giovane che si affaccia al mondo della traduzione?
Oggi come oggi, è molto difficile riuscire a sostentarsi dedicandosi esclusivamente alla traduzione letteraria. Risulta quindi fondamentale acquisire anche altre competenze in ambito editoriale oppure in altri settori professionali.

Nella traduzione finale che margine di tradimento c’è dall’originale?
Credo che non possa esistere una traduzione fedele al 100% all’opera in lingua originale, se non altro perché ogni lingua sottende un bagaglio culturale che si innesta su un tessuto socio-antropologico impossibile da riprodurre in modo speculare. Penso ad esempio agli adattamenti o alle note del traduttore che cercano di spiegare alcune espressioni intraducibili, in quanto appannaggio esclusivo di una realtà spesso molto diversa dalla nostra.

È difficile calarsi in tante voci e tanti stili diversi?
Indubbiamente lo è. Ecco perché è fondamentale leggere molto, affrontando il maggior numero possibile di generi e stili. Più ci si allena a farlo, meno difficoltà si incontreranno nel trasporre i contenuti di un testo in modo ottimale.

C’è oggi un po’ di visibilità in più, per i traduttori, rispetto al passato e qual è il rapporto fra traduttore e autore?
Le nuove tecnologie hanno contribuito non poco a dare maggior visibilità ai traduttori. Basti pensare ai social network, ai siti web e ai blog, piuttosto che a portali dedicati come “No Peanuts! For Translators” che mettono in guardia chi svolge questo mestiere, o chi desidera intraprenderlo, dalle varie insidie che vi si celano. Molte persone sono ancora convinte che la traduzione sia foriera di chissà quali gratificazioni economiche e personali. Raramente è così, soprattutto in Italia. A questo proposito, vorrei citare STRADE (Sindacato Traduttori Editoriali), che annovera a tutt’oggi circa 250 soci, compresa la sottoscritta, e che nel suo piccolo si prodiga per sensibilizzare le istituzioni (nonché gli editori e gli stessi traduttori) in merito all’urgenza di attribuire il giusto riconoscimento di questa professione (soprattutto in termini di equo compenso nel pieno rispetto della legge sul diritto d’autore). Stavo quasi per dimenticare un dettaglio solo apparentemente trascurabile: il nome del traduttore deve sempre comparire sul frontespizio o sul colophon in quanto autore (della traduzione) a tutti gli effetti. Anche per quanto riguarda il rapporto fra traduttore e autore, le nuove tecnologie danno man forte: e-mail e social network hanno accorciato le distanze fra queste due figure, il che non è poco!

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